OGM …OMG (Oh My God)!

OMG, oh my God, retro style woman

Lo devo fare, da un paio di anni continuo ad accumulare materiale sulla questione OGM, sulla loro comunicazione e sul dibattito in corso, intanto gli eventi si accavallano, le discussioni riprendono e io continuo ad accumulare aspettando il momento giusto per parlarne. Lo so, il momento giusto era un paio di mesi fa e non riuscirò nemmeno ad usare tutto il materiale che ho raccolto. E c’è anche un sacco di gente che ne ha parlato prima di me (ma più siamo meglio è no?). E non riuscirò nemmeno ad essere dettagliata nelle risposte a tante domande come si converrebbe ad un Blog di divulgazione scientifica. Ma da qualche parte dovrò pur cominciare no?

Tempo fa un’amica postò su Facebook la foto di un bel tipo con scritto OMG. “Se significa Organismo Modificato Geneticamente, non so come fosse prima ma hanno fatto delle ottime modifiche”, commentai.

Le biotecnologie ovviamente in quel caso non c’entravano (magari la chirurgia estetica sì) ma il gioco di parole funzionava, perchè in realtà sebbene nessuno ne parli e gli argomenti continuino da anni ad essere sempre gli stessi, nel campo degli OGM esistono delle ottime modifiche.

Negli ultimi trent’anni (Nature ha dedicato uno speciale ai 30 anni di ricerca nel campo delle piante transgeniche) sono state ottenute piante con caratteristiche molto interessanti: con rese maggiori, con geni di resistenza ad ambienti ostili e a patogeni in grado di ridurre la necessità di fertilizzanti chimici e pesticidi (insetticidi, antifungini e antibiotici). Piante in grado di migliorare le condizioni di coltivazione anche nei paesi più poveri, di aiutare a risolvere una crisi alimentare che con la crescita demografica si sta presentando sempre più impellente, e di ridurre l’impatto ambientale dell’agricoltura sul nostro pianeta.

Alcuni esempi li trovate qui:

 http://www.nature.com/news/specials/gmcrops/index.html

http://www.almanacco.cnr.it/reader/ArchivioTematico_tema.html?MIval=cw_usr_view_articolo.html&id_articolo=3712&id_rub=32&giornale=3663

http://www.georgofili.info/detail.aspx?id=1044

Cosa succede

Il problema è che periodicamente il dibattito si ripropone ma gli argomenti sono sempre gli stessi. La questione Ogm è entrata in un loop dalla quale ormai fatica ad uscire. Non sono ottimista, in questi ultimi anni ho seguito la questione OGM come caso di comunicazione di una controversia scientifica e ho quasi concluso che la battaglia, non per coltivare OGM, ma per far valere le ragioni della scienza o anche solo per stabilire un dibattito paritario e dare ai cittadini gli strumenti per inserirsi nella discussione, sia persa.

Troppi errori sono stati fatti nel passato e continuano ad essere fatti nel presente e tutti hanno sbagliato qualcosa. Hanno sbagliato gli scienziati che non sono scesi in campo a presentare il loro lavoro alle prime avvisaglie di una controversia squilibrata che metteva irrimediabilmente la scienza dalla parte del Male, ma anche a pensare che basti spiegare al pubblico che cosa sono gli OGM per ricevere la sua approvazione incondizionata. Hanno sbagliato le imprese che hanno investito nelle nuove tecnologie senza pensare di doversi spiegare con altri attori e hanno dato adito a sospetti (magari anche fondati) di voler nascondere qualcosa. Hanno sbagliato i comunicatori che si sono fermati ad ascoltare solo una voce (quella più forte dal punto di vista comunicativo e politico) senza approfondire e senza capire. Hanno sbagliato i decisori che si sono rivolti e si rivolgono agli attori sbagliati e mai agli scienziati. Hanno sbagliato tutti quelli che hanno scambiato l’introduzione di una nuova tecnologia di miglioramento genetico delle piante con una questione di etica di mercato. E hanno sbagliato tutti quelli (tra i quali anche i decisori) che hanno pensato che tutti i detrattori degli OGM (le organizzazioni agricole, la GDO, le ONG) fossero mossi solo dall’interesse del bene dei consumatori e non da interessi di parte e non è così.

Perchè gli OGM sono diventati per l’opinione pubblica e per i suoi detrattori il simbolo del male? Il problema è che ad un certo punto il prodotto si è fuso ed identificato con il produttore (deve esistere una figura retorica per questo ma mi sfugge) anzi in un produttore, Monsanto, una delle bestie nere del movimento No Global. E così la lotta agli Ogm si è trasformata in una lotta alla globalizzazione tout court e poco importa cosa siano le piante transgeniche dal punto di vista scientifico o tecnico. Senza contare che Monsanto non è l’unica industria che produce e commercializza sementi OGM e nemmeno che la contestata politica di commercializzazione delle sementi, delle Royalies e dell’impossibilità di usare sementi autoprodotte, non si limita agli OGM ma si estende a tutte le sementi ibride e certificate utilizzate in agricoltura da decenni in tutto il mondo.

È come se volessi attaccare Mc Donald vietando il consumo di patatine fritte o intraprendessi una crociata contro Bayer bandendo il consumo di Aspirina.

E la politica? Lasciamo perdere..

Quando si parla di interventi legislativi per limitare l’uso di una nuova tecnologia alimentare è necessario che vi sia un riferimento ad un rischio, per la salute del consumatore o per l’ambiente. Su questi aspetti i decisori sono chiamati giustamente ad intervenire. Ragione per cui quando si tratta di gestione del rischio alimentare o ambientale ad avere voce in capitolo sono gli organismi che decidono sulla salute e sull’ambiente, in Italia il Ministero della Salute e quello dell’Ambiente. Tra l’altro su rischio alimentare e ambientale, ha un forte potere decisionale la Comunità Europea per cui in genere gli stati membri si limitano a recepire. Il Ministero delle Risorse Agricole e Forestali deve tutelare le politiche a favore del settore agricolo, i mercati, la valorizzazione della qualità ma di fronte ad un rischio alimentare (se c’è) non dovrebbe potere niente. Se cioè il Ministero della Salute, accertato un rischio richiedesse il ritiro di un prodotto e quello dell’Agricoltura si opponesse perchè tale intervento danneggia gli agricoltori saremmo tutti d’accordo a gridare al conflitto d’interesse. Non si può invece, in ambito di CE, limitare l’introduzione di una produzione per proteggere il mercato esistente o quello interno. Questo si chiama protezionismo.

Ora torniamo agli OGM.

Nell’ultima puntata della fiction “OGM (Oh My God)” il Ministro delle risorse agricole e forestali Nunzia De Girolamo ha firmato un Decreto insieme al Ministro della Salute Lorenzin e al Ministro dell’Ambiente Orlando. I motivi della sua contrarietà agli OGM li trovate in questo intervento al Congresso Coldiretti dove spiega chiaramente (“senza se e senza ma”) il suo NO alla coltivazione degli OGM perchè influenzata dagli interessi degli agricoltori e dei mercati. Dice (trascrivo):

“A me non mi condizioneranno né le multinazionali, né qualche giornalista condizionato dalle stesse (ha in mente qualcuno? ndr) “C’è una sola categoria che mi potrà condizionare nelle mie scelte, voi l’Italia dell’Agricoltura. Perchè è con voi che io mi dovrò confrontare, ed ogni volta che ho ascoltato la vostra voce ho sentito no, ogni volta che guardo al mercato, che è l’altra categoria che mi influenza sento tanti no ”,

al che c’è anche da chiedersi se abbia mai pensato di farsi non tanto influenzare o condizionare quanto piuttosto anche solo informare da qualche scienziato indipendente visto che alla vigilia del voto sul Decreto del 12 luglio il Gruppo di scienziati di Dibattito Scienza ha lanciato un appello a lei come a tutti i parlamentari.

Se poi andate avanti ad ascoltare l’intervento del Ministro trovate che il suo timore è legato alla tutela del Made in Italy e della qualità dell’agroalimentare italiano (di questo ne parleremo più avanti) e solo parlando di questi aspetti continua (trascrivo ancora):

“Il mio sogno è di essere ricordata come il ministro del Made in Italy. E vi lancio una sfida, a voi, a chi ci ascolta, ad Andrea e Beatrice” (Orlando e Lorenzin, si chiamano per nome i nostri ministri perchè da quando sono andati in ritiro si vogliono tutti tanto bene ndr) con i quali vorrei sottoscrivere questo Decreto, perchè è insieme che dobbiamo fare la battaglia”…

Ma in realtà i due ministri citati non dovrebbero avere a cuore la questione OGM allo scopo di difendere il modello economico italiano! Se c’è un motivo dovrà essere relativo alla sicurezza alimentare no? Eppure lei (la Nunzia) non ne parla affatto. Il motivo per cui gli OGM non sarebbero adatti all’agricoltura italiana non ha niente a che fare con la salute dei consumatori o con un eventuale danno ambientale. I motivi sono altri e hanno l’obiettivo di tutelare il mercato agricolo italiano e l’agroalimentare di qualità nei confronti di qualcosa di nuovo. I motivi sono del tutto protezionistici. E non solo per questo sono sbagliati.

I piccoli grandi equivoci (che fanno comodo a molti)

La politica della qualità e il Made in Italy

C’è una sola frase tra i cinque punti di Carlo Petrini che spiegano la sua contrarietà agli OGM pubblicati su Repubblica alla vigilia della manifestazione anti OGM del 20 giugno scorso sulla quale sono fondamentalmente d’accordo: “L’Italia basa una parte importante della sua economia sull’agroalimentare di qualità.”

Giustissimo, ma perchè un’agricoltura nella quale ci siano anche (non solo ovviamente, questo lo potrebbe sostenere solo un pazzo) piante geneticamente modificate non deve essere considerata di qualità? Perchè una tecnica di miglioramento genetico in grado di introdurre nelle piante caratteri di resistenza alle malattie (che arricchiscono i prodotti in fitotossine e richiedono l”uso di fitofarmaci in campo), o ne migliori le proprietà nutrizionali o la resistenza ad alcuni fattori ambientali (come la siccità per esempio richiedendo un uso minore di risorse idriche) non deve essere considerata di qualità? Non c’è nessun motivo per cui un prodotto OGM per esempio debba essere meno saporito di uno diciamo “normale”.

Se oggi l’Italia eccelle nella produzione agroalimentare è perchè nei decenni passati la ricerca italiana di miglioramento genetico delle piante coltivate è stata all’avanguardia. O forse qualcuno vuol fare credere che il pomodoro Sammarzano o le varietà di grano duro dalle quali si ottiene la pasta siano varietà spontanee?

Un altro dubbio: siamo sempre sicuri che le produzioni italiane siano le migliori a prescindere? L’equivalenza Italiano = qualità così come quella Cinese = porcheria non è mica un dogma, deve essere sempre verificabile o non è sostenibile.

Faccio un esempio.

Nei paesi mediterranei negli ultimi anni il mais è spesso soggetto all’insorgenza di funghi (Aspergillus) che sviluppandosi determinano la comparsa delle aflatossine, cancerogene che sopra certi livelli rendono il mais inadatto all’alimentazione umana e animale. Gli attacchi della piralide, un insetto parassita, insieme ad altri fattori, favoriscono lo sviluppo di Aspergillus. Il mais in Italia viene principalmente destinato all’alimentazione delle bovine da latte, dalle quali si ottiene anche la materia prima per alcuni prodotti di eccellenza, come i famosi formaggi del Made in Italy. Nel 2012 una percentuale molto elevata di mais ha superato i livelli consentiti di aflatossine e sembra che anche quest’anno le cose non andranno meglio.

Il Mais Bt è resistente alla piralide e quindi più difficilmente viene attaccato da Aspergillus ecc ecc. Ma in Italia non si può coltivare (secondo il nostro Governo a differenza di quanto già stabilito a livello europeo in più gradi, cosa che tanto per cambiare ci varrà un infrazione). Ma si sa, l’agricoltura italiana è un’agricoltura di qualità e gli OGM non farebbero che danneggiarla.

La biodiversità

Mi dispiace deludere chi pensa all’agricoltore come depositario di un tesoro di biodiversità, ma l’agricoltura moderna signori è tutt’altro che una condizione naturale.

La maggior parte delle piante erbacee vengono coltivate a partire da semente certificata che ogni anno viene acquistata dall’industria sementiera che ne garantisce la qualità (cioè l’assenza di sementi estranee come quelle delle infestanti o di parassiti come anche l’omogeneità varietale. Per alcune piante (come il mais ad esempio) l’uso degli ibridi non permette di riutilizzare vantaggiosamente le sementi delle generazioni successive alla prima (è possibile ma le caratteristiche di produttività dell’ibrido si vanno via via riducendo di generazione in generazione).

Nelle piante arboree la situazione è addirittura più estrema perchè queste vengono moltiplicate per via agamica. Questo significa che le viti (o i peschi) non si seminano ma si propagano per talea, per cui tutte le piante ottenute da una pianta madre sono identiche alla prima e cioè sono cloni. E in alcune piante come la vite la tecnica di selezione clonale ha fatto in modo che i selezionatori individuassero le piante migliori (per alcune caratteristiche qualitative o agronomiche) e ne facessero dei cloni, sempre assolutamente uguali, propagati e venduti dai vivaisti come materiale certificato.

Sì è vero, questo provoca un assottigliamento enorme della variabilità genetica delle specie coltivate che espone anche le coltivazioni a dei rischi non indifferenti (che cosa succede se arriva un parassita sconosciuto e i cloni più diffusi non sono in grado di resistergli? O se i parametri della qualità cambiano e nessuno dei cloni diffusi li possiede?).

La conservazione della variabilità genetica delle piante coltivate è fondamentale e spesso sono gli istituti di ricerca, all’interno di collezioni chiamate banche del germoplasma, a dover fare da scrigno per tutto quello che non viene più coltivato ma che potrebbe (ma anche no) un giorno essere utile.

Il fatto è che sto divagando perchè in questo sistema (che potete pure definire aberrante, non mi scandalizzo, anch’io credo che ci sia qualcosa di sbagliato) gli OGM non c’entrano affatto. Perchè questo è lo stato della biodiversità presente nell’agricoltura attuale, anche in quella italiana di qualità. In quanti lo sanno?

L’interesse di pochi (l’accusa di monopolismo fatta da chi sta sotto la lente di ingrandimento dell’Antitrust)

Forse il timore è che approvando gli Ogm tutti in Italia si mettano a coltivare Mais Bt o Soia Roundup Ready. Il problema quindi sta nel rischio di concentrazione: gli OGM li fanno solo le multinazionali che lavorano per i loro sporchi interessi. Una cosa è vera, le Multinazionali investono in ricerca sulle colture (Mais e Soia) dalle quali si aspettano un grande ritorno a livello mondiale, difficilmente investiranno nel miglioramento genetico della lenticchia (per dirne una). E allora? Non sarebbe più saggio permettere alla ricerca pubblica di fare il resto nell’interesse delle colture e delle varietà più care al Made in Italy piuttosto che vietare l’ingresso della Soia Roundup Ready o del Mais Bt che magari non interesseranno a nessuno in Italia? Perchè non erano mica coltivazioni di Mais le piante sperimentali del professor Rugini dell’Università della Tuscia che nel 2012 sono state distrutte per Decreto, erano olivi e ciliegi migliorati, i cui risultati (che tutti avevamo pagato) non conosceremo mai.

Su un Dossier Biotecnologie sul rischio OGM di qualche anno fa leggo:

Sono in molti ad intravvedere nelle produzioni dell’ingegneria genetica la possibilità da parte di un potente settore industriale di ribadire una supremazia a discapito di settori economici primari come l’agricoltura e la produzione alimentare. Poiché infatti i cloni e i transgeni possono essere prodotti soltanto da strutture ad elevata capacità tecnico-scientifica, è molto facile che essi cadano in mano a pochi gruppi che inevitabilmente attueranno una politica di utilizzazione dei loro prodotti per esigenze economiche e commerciali, in modo assoluto.”

L’autore di questo documento è Coop che a quanto parrebbe da quanto scritto non attua alcuna politica per esigenze economiche e commerciali (e quale allora? No mi risulta che sia un’organizzazione No Profit). Peccato che a scagliarsi contro il rischio di monopolismo sia un rappresentante della GDO e che questa sia stata messa recentemente sotto stretta sorveglianza dall’Antitrust per il preoccupante e crescente potere delle centrali d’acquisto.

Questo solo per dire che chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Il danno di tanta disinformazione

Mettere da una parte i buoni e dall’altra i cattivi non mi è mai piaciuto ma in Italia sembra che per aiutare il pubblico a farsi un’opinione sia il sistema migliore. E’ facilmente manipolabile, si può gestire a livello politico, aiuta a fare demagogia e crea degli eroi positivi e dei demoni da attaccare, e poi tutti hanno giocato a indiani e cowboy, cosa c’è di meglio? Se poi i cattivi sono multinazionali e sono anche americani la battaglia sembra già vinta in partenza (meglio che sparare sulla Croce Rossa). Dall’altra parte ci mettiamo delle ONG con un potere mediatico spaventoso (che sono buone per definizione), una Grande Distribuzione che sta dalla parte dei consumatori (ma a quanto pare soffoca i produttori), qualche guru della comunicazione e il gioco è fatto. Il pubblico si è fatto un’opinione e sarà difficile tornare indietro.

E la scienza? Ops, la scienza c’entrava qualcosa? Vabbè ormai ci siamo dimenticati di farla parlare, se vuole lo può fare ora, ci sarà un talk show adatto, ma dove la mettiamo, tra gli indiani o tra i cowboy?

Sarò pessimista ma il bicchiere io lo vedo mezzo vuoto. Questa volta la scienza ha perso e noi, l’Italia e la sua agricoltura, abbiamo perso con lei.

Se volete approfondire la questione del dibattito sugli OGM, senza voler essere esaustiva sull’argomento, vi consiglio alcuni link italiani e non che ne parlano:

L’opinione di Mark Lynas, ex ricercatore e attivista di Greenpeace che ha cambiato idea sugli OGM (e per me uno scienziato che cambia idea è da tenere in grandissima considerazione:

http://www.marklynas.org/2013/01/lecture-to-oxford-farming-conference-3-january-2013/

Qui trovate anche la trascrizione e tradotta in italiano: http://lucadifino.wordpress.com/2013/01/25/perch-ho-cambiato-idea-sugli-ogm/

Il Blog La Scienza in cucina ospitata dal sito di Le Scienze di Dario Bressanini:

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/category/ogm/

Il Salmone.org, un sito di divulgazione scientifica:

http://www.salmone.org/ogm-cosa-sono/

 Prometeus, l’house organ dell’Associazione Nazionale Biotecnologi Italiani, che ospita anche gli interventi di Federico Baglioni promotore dell’evento #Italy4science

http://www.prometeusmagazine.org/wordpress/2013/05/02/30-anni-di-ogm/

Siediti e scrivi due lettere, il blog di Daniele Oppo:

http://sieditiescrividuelettere.wordpress.com/2013/07/09/quindi-niente/

 

 

Innovazione e vino, Enoforum 2013 e altre notizie.

pensiero positivo

Ho deciso di essere meno negativa. Quindi quando dovrò dare o commentare una notizia buona e una cattiva comincerò d’ora in poi sempre da quella buona, per chiudere con quella cattiva e riservare solo a chi arriva fino in fondo tutto il mio sarcasmo, il mio cinismo e i pH bassissimi ai quali riesco talvolta ad arrivare. Ma negli attacchi solo cose da elogiare!

La settimana scorsa si è svolto a Arezzo un Congresso di tecnica e scienza della vigna e del vino molto speciale, si chiama Enoforum, ed è organizzato da Sive (Società Italiana di Viticoltura ed Enologia) e da Vinidea s.rl.

Enoforum non è un Convegno scientifico normale (di quelli ce ne sono diversi) perchè gli scienziati non vanno a presentare i loro lavori di ricerca ad altri scienziati e poi non ci sono solo gli scienziati che lavorano nelle Università e negli Istituti di Ricerca, ma anche quelli delle aziende, quelli che scrivono R&D sui biglietti da visita, e dei quali ho fatto parte anch’io, oppure ci sono gli scienziati dei Centri di Ricerca che lavorano con le aziende, e tutti parlano all’utilizzatore del prodotto delle loro ricerche e innovazioni: il produttore.

A Enoforum cioè si incontrano e si raccontano il mondo della ricerca, il mondo delle aziende fornitrici di prodotti e servizi e quello dei produttori di vino, tutti insieme a dimostrare che l’interazione tra ricerca e produzione esiste ed è possibile.

Non solo ma da alcuni anni gli organizzatori hanno istituito un premio (che quest’anno si è sdoppiato nel premio Nazionale e in quello Internazionale), intitolato a Giuseppe Versini, ricercatore trentino di fama internazionale scomparso qualche anno fa, nel quale sono i produttori che valutano i lavori degli scienziati sulla base del ritorno applicativo delle loro ricerche (naturalmente c’è anche un referee che ne giudica il valore scientifico).

Ad Enoforum negli anni gli scienziati hanno imparato a parlare il linguaggio della produzione e i tecnici a leggere nelle parole della scienza. Ad Enoforum sono nati contatti, conoscenze ed amicizie (e mi fermo qui perchè sarò anche una frequentarice storica di questa manifestazione ma di più non so).

Le prime edizioni (credo che la prima sia stata nel 1999) si svolgevano in un albergo a Pescara e le aziende di prodotti e servizi presentavano i risultati della loro ricerca in dei moduli autogestiti (assolutamente autogestiti perchè ci si portava anche il videoproiettore) nei quali però l’aspetto scientifico e tecnico dovevano rigorosamente prevalere su quello commerciale.

I moduli, che come adesso avvenivano in contemporanea, si ripetevano il giorno dopo (la cosa era piuttosto odiosa per i relatori ma molto comoda per chi non voleva perdersi nemmeno una relazione).

Poi Enoforum si è arricchito, sono arrivati i seminari dei relatori internazionali, la sessione poster e la partecipazione della ricerca pubblica nazionale e Internazionale con il Premio SIVE.

Quest’anno mi sono goduta Enforum da spettatore, senza l’ansia da prestazione del relatore. Le novità presentate ad Enoforum sono state tante e non riuscirò sicuramente ad esporle tutte qui. C’è la nuova proteina estratta dalla patata da usare come alternativa alle proteine animali allergeniche nella chiarifica dei vini. Ci sono le nuove tecnologie adatte alla produzione di vini senza solforosa, come il tappo sintetico prodotto in atmosfera protetta che limita l’accesso dell’ossigeno nella bottiglia, o il ceppo di lievito ottenuto con tecniche di miglioramento genetico per produrre meno solforosa. Ci sono le ricerche di soluzioni innovative più sostenibili in vigneto e in cantina, come gli ibridi resistenti alle malattie della vite che non necessitano di trattamenti con pesticidi e le tecniche “no residue” di sanificazione e igienizzazione della cantina con ozono.

E poi ci sono i nuovi mezzi di controllo come i nasi elettronici in grado di monitorare i processi di appassimento delle uve o le tecniche di analisi infrarosso applicate al lievito per rilevarne lo stato fisiologico, o i nuovi metodi di analisi sensoriale adatti anche a rilevare i gusti del consumatore.

Ci sono tutti i progetti sulla sostenibilità (Eco-Prowine, Tergeo, VIVA sono quelli presentati a Enoforum) destinati a creare una sensibilità misurabile e certificabile per produzioni più green e più sostenibili. E lo sforzo del Forum creato da Michele Manelli per farli dialogare tutti insieme e non creare confusione anzichè chiarezza nel consumatore sommerso dai bollini verdi. Ma di questo magari ne riparleremo.

Ognuna delle 100 relazioni e dei 65 poster presenti meriterebbe un suo spazio in questo Blog (e magari alcuni ce lo avranno) che del resto si chiama innovino.

Questa è l’innovazione che mi piace, quella vera, che intinge le sue radici nella scienza e che guarda ai produttori e alle loro esigenze.

E con questo avrete capito che è finita a parte buona e che sta per comicniare l’affondo. Infatti, avete capito bene.

Faccio qualche passo indietro e torno al Vinitaly. A guardare le rassegne stampa anche alla manifestazione veronese si parlava di innovazione. Ottimo no? Per la precisione a parlarne era Coldiretti che inneggiando all’innovazione enologica presentava nientepopodimenoche lo spumante con le pagliuzze d’oro e quello rifermentato e evoluto negli abissi marini, e poi il vino nella bottiglia in pietra lavica o il Prosecco prodotto con l’accompagnamento di un’orchestra in ogni sua fase. Il Comunicato stampa completo è qui http://www2.coldiretti.it/News/Pagine/237—7–Aprile-2013.aspx.

SpumanteOro

Il presidente commentava che “Si tratta di esempi di successo che puntano a valorizzare la distintività del prodotto e il legame con il territorio e la cultura locale per vincere la competizione sul mercato globale”. Ora sorvoliamo sugli esempi di successo (perchè chi non conosce il vino con le pagliuzze d’oro?) ma com’è che questi prodotti (a parte la pietra lavica vabbè) dovrebbero valorizzare il legame con il territorio? Si tratta forse di oro raccolto nei fiumi del bergamasco o vogliamo dire che il Mar Ligure è un territorio viticolo o ancora che è la musica di un’orchestra e non il rumore dei trattori il suono più tipico nelle campagne venete?

Ma come, proprio loro? Quelli che solo il chilometro zero, oh yeah?

E dove sono le prove scientifiche che consentono di fare affermazioni come “Le piccole stelle d’oro che fluttuano senza alterare profumo e gusto dello spumante (ci mancherebbe anche quello) non rappresentano soltanto un fatto estetico in quanto il prezioso metallo possiede virtù terapeutiche e proprietà antiossidanti.” C’è gente che per affermazioni del genere potrebbe utilizzare le catenine della Comunione come condimento (ok questa è un po’ grillesca perdonatemi).

Sulla base di quale verifica o esperienza si afferma che “la condizione climatica (degli abissi marini) è ottimale perchè il lieve movimento delle correnti culla e rigira delicatamente le bottiglie.” Oddio, in effetti è vero che le fermentazioni via mare fanno parte della storia della frode alimentare, nelle stive dal Sud Italia il mosto diventava vino prima di arrivare nei porti del Sud della Francia dove veniva imbottigliato, ma il fenomeno sarà lo stesso di quanto avviene nelle preziose bottiglie immerse nei fondali marini?

E cosa vuol dire che “Un abbinamento, quello tra il vino e la musica che fa sì che ogni sorso diventi musica per il palato per una degustazione non banale, ma curata e consapevole.” Consapevole di cosa? Il vino fatto con la musica è diverso, è più buono o no, da quello fatto in silenzio o nel più assoluto frastuono? E se le viti avessero ascoltato i Dire Straits come sarebbe venuto?

Ma per piacere!

E per concludere la chicca di disinformazione della serie vino e salute: “la linea di spumanti per chi ha problemi di linea, prodotta nel pieno rispetto del Metodo Classico senza zuccheri aggiunti.” E ad una cosa così uno ci potrebbe anche credere quindi chiariamo: 1 – l’aggiunta di zuccheri nella produzione degli spumanti è consentita e si chiama dosaggio, a seconda di quanti zuccheri restano nel vino lo spumante è brut, secco, dolce e così via. 2 – gli zuccheri aggiunti (saccarosio) dopo pochissimo e per effetto dell’acidità del vino si trasformano negli stessi zuccheri presenti naturalmente nell’uva e nel vino e cioè glucosio e fruttosio. 3 – di vini spumanti Metodo Classico senza zuccheri aggiunti ne esistono molti e si chiamano “non dosati” “pas dosé” o “nature”.  4 – se anche ci fossero zuccheri (aggiunti o no) non sono molti (meno di 12 g/l in un Brut) e sicuramente il potere calorico dell’alcol  che si consuma sarebbe maggiore.

Ma le bizzarrie di innovazione pseudo-scientifica nel mondo del vino non sono solo ad appannaggio di Coldiretti.

Qualcuno di voi conosce Erectus ? Erectus (e la sottile allusione NON è del tutto casuale) è il metodo di produzione viticola sviluppato da un simpatico produttore romagnolo che ritiene, sperimentazioni alla mano, che la naturale e più idonea posizione dei grappoli nella loro maturazione sia con le punte rivolte in su. Ci sarebbe da chiedersi come mai allora non ci siano state varietà o specie che darwinianamente parlando non si siano avvantaggiate di questo carattere e si siano evolute invece solo specie di Vitis con il grappolo irrimediabilmente “ammosciato” (ops).

Ora sia nel caso delle innovazioni presentate al Vinitaly (che però data la potenza di tiro di Coldiretti non prenderei ad esempio) sia nel caso del simpatico inventore di Erectus (per il quale il nome ha fatto la sua parte), quando si tratta di cose bizzarre mascherate da innovazione la copertura mediatica è sempre assolutamente invidiabile.

Ma il povero consumatore (che probabilmente ha saputo di Enoforum solo se è aretino o di poco più in là) cosa deve pensare del mondo del vino e della sua capacità di innovazione? Che siamo un mondo mediamente tradizionalista che di tanto in tanto, quando ha tempo, voglia e denaro, si inventa qualcosa di bislacco per stupire e vendere di più?

Attenzione questa non è innovazione e men che meno scienza! Gli scienziati nel mondo del vino esistono davvero, sono persone serie, molti di loro sono anche simpatici ma nessuno porta un cappello con le punte e i sonagli.

Ora in una delle lezioni più interessanti del mio Master in Giornalismo Scientifico, intitolata “ È la stampa, bellezza” si spiegavano le regole della notiziabilità ma la bizzarria non era una di queste. Altrimenti alla mia domanda “perchè i giornali parlano di Erectus e non di micro-ossigenazione o di ibridi resistenti?” mi sarei data la giusta risposta “È la stampa, bellezza” (che mi averebbe anche gratificato personalmente) e sarei stata contenta così e invece no. Di chi è la colpa allora?

Qualche idea ce l’avrei. La colpa è dei giornalisti che (con le attenuanti di un lavoro frettoloso e spesso mal pagato) non vanno più in la del comunicato stampa e lasciano che l’informazione sia fatta da chi lo emana, tanto più se dotato di forza politica e comunicativa come nel caso di Coldiretti, senza approfondire, commentare e criticare come dovrebbero.

La colpa è degli scienziati che se hanno imparato a parlare con i produttori come è successo ad Enoforum, devono imparare a parlare anche con i consumatori e con i giornalisti, per far sapere che loro esistono e lavorano e fanno cose interessantissime!! Mi sono trovata io stessa a cercare materiale magari italiano (perchè la prossimità quella sì che è una regola della notiziabilità) su un argomento per poi, ad articolo consegnato trovarmi ad Enoforum di fronte al ricercatore che aveva fatto quello che mi ci voleva una settimana prima, bello e sorridente accanto al suo poster. Quindi faccio questo appello a tutti gli scienziati italiani: se avete fatto qualcosa di interessante e avete da qualche parte quel biglietto da visita di quel giornalista o il numero di telefono di quel comunicatore, usatelo! Male che vada vi dirà che non è notiziabile (È la stampa, bellezza).

E magari se alla prossima edizione anche una manifestazione per addetti ai lavori come Enoforum riuscisse ad abbattere il muro della notiziabilità e a far parlare più di se e di scienza della vite e del vino non sarebbe mica male..